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Jue, Ago

Becerra

En la obra de Pippo Delbono, más que el típico conflicto dramático entre las voluntades y deseos de personajes de ficción, existe un conflicto entre el propio creador actor y los motivos dramáticos provenientes del espacio social e histórico. Se trata, pues, de un juego de tensiones entre el creador actor y esos motivos contextuales, que han sido seleccionados para acometer el ajuste de cuentas con esa realidad normativizadora, que siempre deja a alguien fuera, en los márgenes. Un ajuste de cuentas con esa realidad en la que reina la cautela, el miedo, el desprecio y la violencia hacia lo desconocido, hacia lo diferente. Una realidad estipulada desde instituciones controladoras como la Iglesia Católica y las religiones monoteístas, en general, desde gobiernos que no respetan los derechos humanos.

Este conflicto entre el propio creador actor y los motivos contextuales que selecciona en sus dramaturgias, le permite tomar posiciones personales, desde una especie de rebelión poética no exenta de visceralidad.

Quizás una de las primeras tensiones con ese contexto social y político ya se encuentra manifiesta en las personas, que no son actores profesionales, de las que se rodea desde hace años: Gianluca Ballarè, que tiene síndrome de Down; Bobo, un hombre sordomudo que estaba internado en un hospital psiquiátrico hasta que Pippo Delbono lo recogió; y la extrema delgadez de Nelson Lariccia, vagabundo encontrado en la calle por Delbono. Sobre el escenario, el dramaturgo encuentra en ellos la belleza de una verdad semejante a la actitud de los niños.

En su última obra, Vangelo, además, ha trabajado con actrices y actores croatas, en el Teatro Nacional de Croacia, con los que ha compuesto, primero una ópera contemporánea, con composición musical de Enzo Avitabile, estrenada el 11 de diciembre de 2015 en Zagreb, y después ha realizado una versión teatral, estrenada un año después, el 12 de enero de 2016, en el Théâtre Vidy – Lausanne.

En Vangelo también se revela la memoria de las actrices y actores croatas que fueron testigos de una guerra. Y, en paralelo, entran en escena, a través de la proyección de un film realizado por Delbono, refugiados, en situación ilegal, que huyen de guerras. Pippo estuvo conviviendo en el Centro de Acogida PIAM de Asti (Italia).

En conjunto, comparecen en Vangelo personas, actrices y actores, con un recorrido vital doloroso y con una actitud abierta, amorosa.

A este respecto, resulta muy clarificadora la respuesta que Pippo Delbono le da a Ana Tonković Dolenčić, en una entrevista que se reproduce en el programa de mano de la compañía:

“Ana: La tua compagnia è formata da performers che provengono da aree emarginate della società; Bobò è sordomuto, Nelson era un clochard, Gianluca ha la sindrome di down – e sono tuoi collaboratori costanti. Sulla scena appaiono “senza menzogna”, come se non recitassero ma emanassero un’immensa bellezza. Questo succede perché non percepiscono il mondo attraverso leggi prefissate? Sono loro i nuovi sacerdoti del teatro?

Pippo: In parallelo alla lavorazione dello spettacolo sto girando un film; riprendo anche tutte le prove, e quando guardo poi il materiale, tutto quello che vedo di Nelson o Bobò ha un contenuto di verità, in ogni momento. Di tutti gli altri attori posso dire che sono stati più o meno bravi, che possono migliorare qua e là, invece Bobò è sempre giusto, perché è vero. Cosa significa questo? In un certo senso rivela che cosa deve essere un attore. Se confrontiamo questo con la frase del Vangelo che dice “dovreste essere come bambini se desiderate entrare nel regno dei cieli” possiamo concludere che dobbiamo essere come Bobò o Gianluca se desideriamo essere attori.

Dobbiamo imparare da queste persone diverse perché loro conoscono il segreto dell’esserci. Quando Bobò sta sul palco-scenico seduto e basta, c’è qualcosa che emana da lui che è fortemente emozionale, ma che ha anche una lucidità. Ho lavorato con lui per vent’anni e nel frattempo ho fatto molti film dove ho lavorato con grandi attori professionisti, ma su di loro non potrei sviluppare nessuna teoria; solo su Bobò invece potrei scrivere cinque libri. Quando ho fatto le riprese per il film con i rifugiati che sono sopravvissuti a naufragi, torture e campi di concentramento, ho guardato dopo nelle riprese de loro facce, e ho visto qualcosa di vero, e anche di tecnicamente perfetto, verità e perfezione che non si trovano nelle espressioni degli attori “normali”. Bisogna vedere l’arte da un’altra prospettiva. Realizzare che tra queste persone che hanno attraversato l’inferno ci sono grandi artisti, persone che sono in contatto con qualcosa di profondo che noi abbiamo perso. Quando vado a trovarli nel loro centro profughi, non sono lì per salvare loro, ma per salvare me stesso. Quando mi sento confuso o triste vado lì e non penso più a niente. È salvifico per me. Posso dare loro un po’ di soldi per le sigarette o qualcosa del genere, ma stare con loro, in questa follia che ci circonda – anche nel mondo del teatro -, è forse, per me, il Vangelo”.

Gracias a la impresionante programación del 34 Festival de Almada (Portugal), diseñada por su director artístico, Rodrigo Francisco, pudimos ver Vangelo el domingo 16 de julio de 2017 en el Teatro Nacional Dona Maria II (TNDM II) de Lisboa.

Evangelo comienza con las actrices y actores, vestidos de lujosa etiqueta, ocupando unas sillas elegantes, de maderas doradas y terciopelo rojo, que están en el proscenio, mirando hacia la platea.

Van entrando de manera individual y también en pareja, se sientan, de manera refinada, frente al público y nos miran. Miramos y nos miran un buen rato. Poco a poco comienza a pasar algo entre esas miradas. Entra la voz, en directo, amplificada, de Pippo Delbono, que lee desde algún lugar del teatro. Su voz se engarza con la música de Enzo Avitabile, como en una obertura en recitativo, y dice:

“A pensarci bene, Cristo è l’unico anarchico che ce l’ha fatta” ha scritto André Malraux.

Qualche giorno prima di morire mia madre, fervente cattolica, mi aveva detto: “Perché, Pippo, non fai uno spettacolo sul Vangelo? Così dai un messaggio d’amore. Ce n’è così tanto bisogno di questi tempi”. E io ho pensato subito alle recite che facevo da piccolo nella parrocchia, dove interpretavo Gesù bambino coi riccioli biondi, innamorato anch’io come lei di quel mondo di preti, di chiese, di incensi, di rappresentazioni teatrali.

E poi mi è venuto in mente quando da grande ho recitato ancora Dio, in un film di Peter Greenaway. Ma questa volta facevo anche il Demonio. E Lot, che faceva l’amore con le sue figlie e imprecava contro Dio e il Demonio.

Un personaggio in quel film diceva: “Non è Dio che ha creato l’uomo, ma è l’uomo che ha creato Dio”. E ho pensato a tutte le conquiste, le stragi, le guerre, le menzogne, le false morali create per quell’ipotesi di Dio.

Ma anche alla bellezza, all’arte, e alla poesia che quell’idea di Dio ha portato in questi duemila anni.

E a quello che diceva Marx: “ La religione è un sospiro dell’anima in un mondo senz’anima”. E così ho iniziato a filmare e a fotografare le immagini che ho incontrato nei miei viaggi in Italia, in Francia, in Romania, in Russia, in Latino America. Immagini di Madonne, di Cristi, di martiri. Ovunque trovavo qualcosa che aveva una relazione con quella storia. Ovunque ho visto Cristi dai volti dolorosi, seri. Molto poco ho visto la gioia nei volti di quei Cristi. Mi sono sentito come in prigione. Ho avuto un senso di rifiuto profondo per tutta quella iconografia buia, pesante, sofferente legata a quel Vangelo.

E così mi sono perduto, come faccio sempre quando costruisco i mei spettacoli, dimenticando quel Vangelo, o forse portandomi dietro di quel Vangelo solo il nome.

E sono finito a incontrare persone che erano arrivate in mare dall’Africa e dal Medio Oriente, attraversando oceani ma anche deserti, frontiere, carceri, muri. Ho incontrato anche degli zingari, che abitavano in luoghi di totale degradazione. E ho iniziato a stare con quei profughi, a conoscerli, a condividere con loro la vita. Li ho ospitati da me e loro mi hanno ospitato nel loro centro di accoglienza. Abbiamo condiviso le storie, il cibo, il tempo.

E poi ho iniziato a cercare paesaggi, mari, tramonti, cieli che mi raccontassero miracoli, luce. “Quei calci lanciati verso il cielo – scriveva Pasolini guardando i ragazzi giocare a pallone – ci insegnano a lanciare i nostri desideri il più lontano possibile, in mondo che la gioia del gioco ci accompagni fino alla morte.”

E poi mi sono trovato a guardare per dieci giorni un crocifisso appeso a un muro bianco, io inchiodato in un letto di ospedale per una malattia agli occhi. Vedevo doppio e cercavo di mettere a fuoco quell’immagine davanti a me. Vagavo per i corridoi dell’ospedale, cercando di raccontare – ancora una volta con la mia camera – quel mio disperato e grottesco vedere doppio.

Come vedo doppio, disperato e grottesco questo tempo che attraversiamo, dove non riconosci più il vero dal falso, il reale dall’irreale, dove l’esasperazione del moderno ci ha fatto dimenticare qualcosa di sacro, di antico.

E alla fine mi sono rimaste dentro quelle immagini, quelle voci, quei suoni, quegli echi, quei silenzi sentiti in quei campi di zingari e di profughi, in quelle corsie d’ospedale, ma anche quella forza vitale, quella inspiegabile gioia trovata nei luoghi deputati al dolore.”

 

La voz de Pippo Delbono posee una presencia tan contundente como la del propio emisor. Una voz dotada de una fisicalidad y de una plasticidad inhabituales, que se corresponden, así mismo, con la fisicalidad y la plasticidad del actor y, por extensión, del poderoso trabajo físico que hay en sus espectáculos, al menos en los que yo que he podido ver.

El movimiento y la implicación corporal son ejes de su trabajo, sin alardes exhibicionistas, sin ostentaciones virtuosas, sino más bien con aquella cualidad singular de cada actriz y actor, proveniente de una actitud y un recorrido vital. Algo semejante a la calidad del movimiento que se podía observar en las piezas de Pina Bausch, resumido en aquella especie de aforismo que rezaba: “No me interesa cómo se mueve la gente sino qué la mueve”.

Delbono baila libremente en escena y por la platea. Igual que se mueve con sus hojas de papel, mientras performativiza su lectura, dotándola de un nervio y una temperatura desbordantes y únicas.

El texto que acabo de reproducir, en su versión original, da buena cuenta, no solo de los impulsos generadores del espectáculo, sino que, también, sirve para cohesionar el collage de imágenes que se proyectan en el escenario.

Hay una voluntad de trabajar desde la confianza con el público, sin esconder ninguna carta, abriéndose, exponiendo las inquietudes que acompañaron y acompañan el proceso. Esta enunciación, realizada de manera apasionada, con una entrega total y con un dominio exorbitado de la musicalidad, es una acción más, que acompaña las demás acciones, coreográficas, lumínicas y objetuales.

Como en una especie de liturgia visual, desfilan por el escenario figuras alegóricas, como en un carnaval. El demonio aparece representado a través de algunos atributos: la chaqueta roja y los cuernos que se pone Delbono en algunos cuadros, también la sombra negra de un tridente sobre fondo rojo atenazando la silueta danzante del actor y de Bobo, que también lleva una gran chaqueta de terciopelo y unos cuernos rojos.

En medio frases estremecedoras enunciadas al micrófono por Delbono: “Tú podrás ser amado cuando puedas mostrar tu debilidad sin que el otro se sirva de ella para mostrar su fuerza”.

Vangelo está lleno de música, con demonios y santones ceremoniosos, en los que refulge una mezcla entre la ironía, casi circense, de cariz ideológico, y el misterio insondable de las imágenes en su plasticidad.

Frente al dolor que nos aísla, la solidaridad y la apertura.

El relato de cómo encontró a Bobo en un manicomio, cuando estaba superando el trauma del sida.

Los gritos, los arrebatos, dentro de una dramaturgia que parece desbordase con la proliferación de imágenes.

El coro de actrices y actores pasando ante el micrófono para gritar “¡Barrabás!”, ante la pregunta, en letanía, “¿A quién queréis liberar, a Cristo o a Barrabás?”, ante una mesa llena de pistolas.

La escena en la que una actriz se envuelve en film transparente mientras grita. Y, después, acude un grupo de actores a su alrededor, que serán, igualmente, plastificados, todos juntos, por otro actor.

La escena en la que se simultanea la visión de un náufrago con la imagen transida de Nelson, semidesnudo, con su cuerpo esquelético y su larga melena por la cara, amarrado contra el muro, como en una cruz, ante un coro de actores que visten sotanas púrpuras, como las de los jerarcas eclesiásticos, y capuchas del Ku Klux Klan, mientras suena Don Giovanni de Mozart.

Pippo Delbono situándose en los amarres del muro, que obligan a una disposición de crucifixión, empuja, desbocado, hasta que consigue que el enorme muro gris, que estaba en el foro, se desplace hasta el proscenio.

Quizás esta imagen puede servir como poema, entre todos los poemas escénicos que se van desarrollando en Vangelo, para mostrar esa capacidad que existe en la persona para desplazar los muros. La capacidad humana para amar, como manera de sobreponerse a las adversidades y también de ponerle fin a las miserias.

 

Afonso Becerra de Becerreá.

Artez - La revista de las Artes Escénicas

 
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